Grazie all’interessamento di Anna Valli, Sommeliere e membro di comitato dell’ANAV Mendrisiotto, coadiuvata da Francesco Tettamanti ingenere STS ed enologo e Mauro Ortelli produttore e appassionato di vini, hanno presentato: Ticino d’Antan, il Merlot nel tempo - emozioni con una verticale d’eccezione.
La Degustazione di vini storici della Cantina Daldini di Savosa é il testamento liquido di una dinastia di Merlot, unica ed irripetibile. Parlare di Leandro Daldini significa entrare nel cuore pulsante di una dinastia di viticoltori che ha attraversato cinque generazioni. Se Giacomo fu il fondatore nel 1884 e Alberto colui che consolidò l’azienda, Leandro è stato il volto e l’anima della continuità nel secondo dopoguerra fino ai giorni nostri. Custode della cantina artigianale in un’epoca di industrializzazione, ha saputo preservare nelle storiche cantine del Crocifisso di Savosa, scavate nella roccia e naturalmente fresche, il segreto della longevità del Merlot ticinese.
Il ‘saper fare’ tra tradizione e innovazione
Parlare di Leandro Daldini, oggi splendido ottantenne e custode della memoria storica di Savosa, significa entrare nel cuore pulsante di una dinastia che da cinque generazioni firma l'enologia ticinese. La sua figura è legata a un’enologia fatta di pazienza e rispetto per la struttura. Mentre negli anni '90 il mondo rincorreva vini ‘marmellatosi’, Leandro restava fedele a uno stile fresco, minerale e longevo. Sotto la sua guida, la cantina ha vissuto il passaggio alle tecniche moderne, come l’uso oculato della barrique, senza mai tradire l’impronta territoriale. Fondamentale, verso la fine degli anni '90, fu l’apporto tecnico di un giovane enologo Sacha Pelossi, che portò precisione enologica innestandola sull'esperienza secolare della famiglia.
Un meraviglioso Viaggio nel Tempo
La degustazione di bottiglie che spaziano dal 1975 al 1997 non è stata solo un convivio, ma un viaggio nell'evoluzione del gusto svizzero.
- Merlot 1975 (Selezione DIVO): Un pezzo di storia. Etichettato per il Club DIVO di Constant Bourquin e premiato al congresso O.I.V. di Changins nel 1977. Un vino figlio della ‘forza del raspo’, con un'acidità tagliente che ne ha garantito la sopravvivenza per mezzo secolo. (DIVO acronimo di Défense et Illustration des Vins d'Origine) come un club esclusivo per corrispondenza. I soci ricevevano una selezione di bottiglie che non si trovavano nei negozi comuni. Bere un ‘Merlot DIVO’ significava appartenere a una cerchia di intenditori che rifiutava i vini ‘piacioni’ e cercava invece autenticità, cioè vini che sapevano di T I vini selezionati da DIVO dovevano poter riposare in cantina per vent'anni o più.
- Magnum 1988 ‘Nag Arnoldi’: Una bottiglia-monumento celebrativa dei 700 anni della Confederazione. L’etichetta del celebre scultore riflette lo spirito del contenuto: verticale, nobile e austero come il bronzo.
- Vigneto Luvelina e Riserva dei Patrizi (anni '90): Espressione del legame indissolubile con Vezia e Savosa. Qui la mano di Pelossi emerge nella pulizia del sorso, pur mantenendo quel carattere ‘ferroso’ tipico del terroir.
L’Anima del Terroir: ruggine e sangue
L’aspetto più affascinante emerso dai calici è la persistenza di note specifiche: la freschezza balsamica, la sensazione di ruggine (mineralità ferrosa) e la nota ematica. Queste non sono casualità, ma i marcatori del Merlot ‘vecchia scuola’, inoltre il fatto che non fossero ‘bombe’ alcoliche da 14-15 gradi (tipiche di oggi) ha permesso un'evoluzione più lenta e armoniosa.
Cinquant’anni fa, le temperature più fresche e le vendemmie tardive regalavano pH molto bassi. L'acidità era il sistema immunitario del vino. La scelta di non ‘pulire’ eccessivamente il prodotto ha permesso all'anima della Terra di rimanere nel liquido: col tempo, il frutto stanco lascia spazio al terziario nobile — cuoio, terra bagnata e ferro — segni distintivi di un vino che ha ‘combattuto’ per restare vivo nel vetro.
Nelle bottiglie degli anni '70 e '80 prodotte da Leandro Daldini, la tecnica del ‘non diraspato’ (o diraspato parzialmente) era una scelta stilistica e pratica fondamentale.
In passato, questa tecnica richiedeva una sensibilità estrema. Leandro Daldini sapeva che se i raspi non erano ben lignificati (ovvero ancora troppo verdi e ricchi di linfa), avrebbero trasmesso sentori erbacei sgradevoli. La sua maestrìa stava nel capire, vendemmia dopo vendemmia, quanta parte di raspo lasciare per ottenere quell'equilibrio tra potenza e finezza che ammiriamo ancora oggi.
Un ottantenne appassionato come il signor Daldini direbbe probabilmente che quei vini sono come le persone di una volta: tempra forte e pochi fronzoli. Il fatto che abbiamo dovuto filtrarli col colino aggiunge fascino al racconto: è un vino che ha ‘combattuto’ per restare vivo nel vetro.
Bere un vino di Daldini oggi significa assaporare un vino che non è stato costruito per piacere subito, ma per sfidare i decenni. È l'eleganza dell'austerità. Queste bottiglie sono il testamento liquido di un uomo e di una famiglia che hanno vissuto il vino come un atto di pazienza, dimostrando che il territorio di Savosa è, e rimane, più forte di qualsiasi moda passeggera.
Un grandissimo ringraziamento ad Anna, Francesco e Mauro, nonché al nostro presidente Antonello Grassi per la meravigliosa esperienza sensoriale proposta dal nostro comitato.
Ivo Garobbio